Nel 2005, trovai al porto vechio di Lampedusa, un pezzo di barca e alcune pagine di un Corano. Realizzai la mia opera con questo tipo di oggetti: "Verso Lampedusa". Poi non trovai e non cercai più niente fino al 2009 quando nella discarica dell'isola rinvenni un pacco contenente: foto, lettere, testi sacri. Da allora insieme agli altri compagni del collettivo Askavusa abbiamo salvato dalla distruzione centinaia di oggetti, la maggior parte è stata recuperata nella discarica comunale di Lampedusa, all'interno delle barche usate per la traversata del mediterraneo. Le barche una volta portare in discarica venivano distrutte. Lo stato italiano ha speso centinaia di migliaia di euro per appaltare ad alcune ditte la distruzione di quelle barche che spesso erano ancora in ottime condizioni. Una delle ditte in questione è la S.E.A.P. di Sergio Vella (compare di anello di Angelino Alfano) che ha gestito per diversi anni lo smaltimento delle imbarcazioni usate dai “migranti”. Attraverso l’emergenza immigrazione e tramite l’affidamento diretto da parte della Protezione Civile la S.E.A.P. si aggiudicò un primo contratto nel 2000-2001 che valeva 800 milioni di lire. In seguito si parlò di 600 – 700.000 euro l’anno. Nella discarica di Imbriacola si crearono in pochi anni, delle vere e proprie montagne di legni, ma quando ci salivo sopra mi sembravano un mare in tempesta, un mare fatto di detriti. Si poteva osservare quel “cumulo di macerie” che è la storia, secondo Walter Benjamin. All'interno delle barche vi erano tantissime cose tra cui anche lettere e fotografie.  Quando trovai quel pacco avvolto con scotch e plastica, una volta aperto, mi trovai tra le mani: testi sacri, fotografie e lettere, fu un' esperienza che non ho mai più vissuto, anche dopo, quando trovai altre lettere o foto, fu molto diverso, quella volta fu come trovare le piramidi d'Egitto o una tomba antica piena di reperti. Ero entrato in contatto con qualcosa che aveva a che fare con l'umanità tutta, qualcosa di sommerso che veniva alla luce. Quelle lettere erano di un diacono etiope e all'interno del pacco vi era anche un diario del suo viaggio dall'Etiopia alla Libia oltre ad alcune lettere inviate dalla sorella dall'Etiopia alla Libia per mano di un altro giovane etiope. Come collettivo non avevamo programmato di raccogliere questi oggetti, è successo. In seguito abbiamo cercato di organizzarci per la raccolta e nelle fasi successive abbiamo ragionato sulla loro esposizione e sul loro valore politico. Questi oggetti hanno avuto una serie di passaggi molto interessanti, da scarto sono divenuti oggetti in esposizione con un'aura molto forte che tentiamo continuamente di eliminare . C'è il pericolo che divengano l'espressione di una retorica ed alla fine nuovamente espressione del capitale. C'è chi vede in questi oggetti la possibilità di un guadagno in termini economici, di propaganda o di carriera. Per noi è' un continuo mettere in discussione tutto. Duchamp aveva anticipato molte cose rispetto all'oggetto decontestualizzato ma in questo caso le implicazioni sono tante e tali che le analisi di Duchamp non bastano per soddisfare la complessità della situazione che si è venuta a creare, anche grazie alla problematicizzazione continua che abbiamo frapposto tra gli oggetti e la loro esposizione.


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Abbiamo recuperato tantissimi oggetti e molto diversi tra loro: dalle lettere alle scarpe passando per gli utensili da cucina e le medicine. Per me le lettere sono le cose più affascinanti, anche se non capisco le lingue in cui sono scritte ogni volta che ne ho trovata una è stato sempre un momento importante. Le lettere racchiudono il grande valore storico/politico di questi oggetti, sono allo stesso tempo traccia di una storia soggettiva e collettiva, testimoniano un bisogno contingente come quello di comunicare con un parente o un amico e il bisogno universale dell'essere umano di comunicare. Quando trovavo le lettere accadeva qualcosa di magico, tirare fuori dalla spazzatura quelle lettere ha aperto dei canali che per me sono magici, tant'è che nel 2011 proprio in quella discarica trovai le lettere di una mia prozia, lettere bellissime che una mia parente aveva buttato dopo aver pulito la casa di questa prozia. Ero andato in discarica spinto dalla mia amica fotografa Maria Di Pietro che voleva fotografarmi mentre rovistavo tra i legni delle barche, io l'avevo avvisata che un incendio aveva incenerito quasi tutto, ma lei insistette, fu proprio lei mentre andavamo via che con la coda dell'occhio notò la punta di una lettera che usciva da un cumulo di terra rossa, il vento la faceva muovere velocemente producendo un rumore continuo e leggero. Quando la estraemmo fuori e tirammo via la terra dalle parole, dopo aver girato l'ultima pagina lessi: Paolo Sferlazzo. Era un mio parente. Trovammo circa cinquanta lettere della mia famiglia che conservo come un tesoro. Andai in discarica per cercare lettere di persone “migranti” e trovai quelle della mia famiglia.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

 
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Negli anni che vanno dal 2010 al 2013 (come collettivo Askavusa) abbiamo parlato con diverse persone per costruire insieme un Museo delle Migrazioni a Lampedusa. In particolare con l'AMM (Archivio Memorie Migranti) e con “Progetto Isole” si era dato il via alla catalogazione degli oggetti e al restauro di alcune “carte” (lettere, foto, diari..) da parte del laboratorio di restauro della Biblioteca Regionale Siciliana. Tutto questo era stato possibile grazie al coordinamento e all'interesse del Prof. Giuseppe Basile. Tutti questi soggetti furono messi in connessione da noi e non si conoscevano tra di loro. All'interno del collettivo c'erano alcune perplessità su alcune scelte, come ad esempio il dialogo con l'amministrazione del Sindaco Giusi Nicolini con cui  i rapporti si erano inclinati, proprio prima delle elezioni del 2012, ma aveva prevalso la voglia di realizzare quel progetto. Più il processo di costituzione del Museo andava avanti e più ci accorgevamo che si stava andando verso una direzione che non condividevamo e in special modo sentivamo di stare perdendo il controllo sul tipo di cornice da dare agli oggetti. Questo punto è molto importante. Gli oggetti di per sé parlano, dicono delle cose, ma è un linguaggio che va da soggetto a soggetto ed è un linguaggio che non tutti sanno “ascoltare”. Per quanto riguarda il loro messaggio “pubblico” invece la situazione è diversa, questo messaggio “pubblico” può cambiare in maniera diametralmente opposta a secondo del contesto in cui questi oggetti vengono mostrati, dalle didascalie che gli vengono messe sotto, dalla luce che gli viene puntata addosso, dal comunicato stampa che accompagna l'esposizione. Quel tipo di percorso stava portando ad un approccio con gli oggetti di tipo retorico che andava incontro alle eseigenze di quei soggetti che avrebbero dovuto sponsorizzare il museo a partire dalle istituzioni, dall'UE e dalle ipotetiche fondazioni e associazioni che sarebbero entrate a fare parte dei sostenitori. Gli stessi soggetti che provocano le migrazioni le rimettono a profitto in tanti modi, tra cui quello della spettacolarizzazione, più o meno raffinata. Questa rappresentazione spesso mielosa (attorno agli oggetti “migranti”) è utile ad annientare ogni analisi critica e consolidare il discorso umanitarista che ad esempio esalta il salvataggio in mare da parte di apparati militari ed occulta la possibilità della libertà di movimento attraverso la regolarizzazione dei viaggi. Ad un certo punto abbiamo fermato tutto, e con la morte del prof. Pippo Basile, oltre a perdere uno dei più grandi restauratori e conoscitori dell'arte italiana, veniva a mancare quell'equilibrio precarisimo che si era creato. Abbiamo ripreso da dove avevamo cominciato: dalla discarica. Voglio sottolineare anche che in quegli anni a Lampedusa è successo di tutto e noi abbiamo partecipato come collettivo politico a quello che accadeva a differenza degli altri soggetti che partecipavano alla costruzione del Museo delle Migrazioni di Lampedusa, a volte con posizioni che non collimavano affatto con le nostre. Oggi gli oggetti sono esposti a PortoM lo spazio del collettivo Askavusa.



 

 

 


 

 


 


 

Gli oggetti, tutti gli oggetti, trattengono e rilasciano energia, tutta la materia è energia, vibrazione, movimento, la materia è modificata da questa energia che la trapassa, che la de-genera, che la fa cambiare in eterno, dall'interno e dall'esterno. Noi stessi siamo parte di questo movimento eterno. Come ci si può relazionare con gli oggetti allora ? In tanti modi ovviamente. Ma un mistico, un'artista, un filosofo, non devono forse cercare negli oggetti qualcosa che vada oltre la loro forma, la loro funzione, la loro solidità anche se da questa ognuno è costretto a partire. E forse, il punto di arrivo non è nuovamente una forma, una funzione, una solidità. Gli oggetti si ricreano ogni volta, sia a livello energetico che a livello culturale, ogni volta che qualcuno si pone davanti loro come spettatore, come studioso, come manipolatore. Tutto è in perenne trasformazione, bisogna fare i conti con questo, sempre, anche gli oggetti, per quanto noi possiamo fare sforzi per “fissarli” con i restauri, con le protezioni, archiviandoli, dando loro dei valori, anche questi sono destinati a ritrasformarsi, a diventare altro, e non solo fisicamente, ma anche culturalmente e da un momento all'altro, in maniera simultanea, basta che chi guarda cambi prospettiva e gli oggetti assumono un altro valore, un altro significato, un'altra forma. Insieme al collettivo Askavusa ci siamo chiesti diverse volte cosa farne di questi oggetti: dopo averli salvati dalla distruzione certa, dopo averli custoditi, dopo averli rielaborati, dopo avere tentato insieme ad altre realtà di musealizzarli, dopo aver visto in questi la possibilità di una carica politica,di un valore spirituale addirittura. Con questi oggetti si può fare di tutto, ma senza nessuno che li guarda e si relaziona con loro, restano innocui, inespressi(vi).

Oggi credo che questi vadano mostrati, non studiati, non catalogati, non restaurati, non “rinchiusi”, ma mostrati , senza aggiungere altro. Mostrarli senza alcuna informazione didascalica non è un atto neutrale, non è una ricerca dell'oggettività, l'oggetto non è mai oggettivo, è fatto per buona parte da chi osserva e da come si mostra. L'altro aspetto che credo sia importante è non avere aspettative, non aspettarsi niente da chi guarda, tanto meno dall'oggetto, non volere nulla, non aspettarsi nulla. Allora perchè bisogna mostrarli, chiederà qualcuno, perchè salvarli, custodirli, pulirli ? Bisogna rovesciare la volontà, farla tacere, cosi come l'illusione di una causalità. Raccontandoli questi oggetti assumeranno altri valori, descrivendone la provenienza, l'anno in cui sono stati trovati, chi li possedeva, il materiale di cui sono fatti, dove sono stati prodotti, ma più si descriverà l'oggetto, più perderà energia, valore intrinseco, più il concetto si stacca dalla forma, dalla funzione, dalla materia, dall'energia e più diventa altro dall'oggetto. Scegliere significa includere/escludere. Nel fatto stesso di salvare questi oggetti e conservarli si sono escluse altre possibilità, già il fatto di averli considerati vitali è una scelta che ne esclude altre e definisce cosi un modo di considerare questi oggetti, di rifarli di nuovo. Rappresentare è simulare. Una giungla di segni è l'universo. Un fraintendersi su tutto. Si sceglie anche la rinuncia. Cosa possono questi oggetti ? Chi ri-definisce l'oggetto lo ri-costituisce, chi lo ha salvato lo ha già posto su un livello nuovo, da spazzatura è divenuto simbolo stratificato. Lo stesso avviene con i corpi dei migranti, li si rappresenta sempre, specialmente da un punto di vista mediatico, in realtà non ci sono “Migranti”, “Clandestini”, “Turchi” , queste categorie si creano per comodità politica e di linguaggio, il linguaggio da l'illusione di scegliere e definire, ma in realtà siamo scelti sempre dal linguaggio che è come una strettoia da dove non si può uscire mai, neanche con l'errore più grande, l'errore è sempre previsto nel linguaggio, si resta intrappolati in una gabbia, dove si può dire solo quello che è dicibile. Prima si creano i migranti, poi si creano i loro corpi, che rimangono sempre e solo corpi fisiologici: hanno fame,sete, freddo,vanno curati, cosi si rappresentano i corpi dei migranti: animali in fuga da un mondo altro. Prima si creano i migranti, in tutti i sensi: politico, culturale, mediatico e poi si costituiscono i loro corpi, che non dicono, sono muti, non hanno la possibilità di rivendicare secoli di crimini europei che ognuno di loro porta dentro i polmoni, la testa, nelle gambe, sulle spalle, a volte inconsapevolmente, a volte consapevolmente. Le storie dei singoli vengono soffocate dalla cronaca dei numeri, dalla rappresentazione di stato, questo essere dei corpi tutti uguali, con gli stessi bisogni, fa diventare tutti coloro che arrivano a Lampedusa animali/merce. Nel migliore dei casi si riconosce a loro la possibilità di pregare, ovvero, di essere nuovamente massa, di fedeli, in questo caso, da un certo punto di vista, la preghiera può essere descritta come un ulteriore bisogno fisiologico. Animali religiosi. Non c'è spazio per l'individuo nella rappresentazione, anche perchè complicherebbe tutto, ogni individuo a prescindere se sia in viaggio o meno, se sia fermo o in movimento, ogni individuo è irrappresentabile, se non con la menzogna o altrimenti come processo di continuo mutare. Non si rappresentano gli individui, perche gli individui sono rappresentabili solo come eccezioni. Dagli oggetti appartenuti a questi individui, si pretende invece una voce, si pretende che essi parlino, o meglio che vengano parlati, che siano i mezzi della propria voce, del proprio pensiero, del proprio metodo, della propria cultura e questo a monte, cioè si vorrebbe confezionare l'oggetto, dargli non solo una voce, ma anche un messaggio. L'oggetto invece parla muto, dice messaggi intraducibili, anche qui continui fraintendimenti. Anche qui continue scelte. Anche qui qualcosa manca sempre. Queste trappole sono ovunque, pronte a scattare al minimo passo falso. Non voglio dire con questo che studiare gli oggetti, identificarli, dargli un nome, un sottotitolo, proiettarsi sull'oggetto non si possa fare, o sia sbagliato. Quello che bisogna mettere in luce è come questi oggetti e la costruzione di senso attorno ad essi, al di là delle implicazioni individuali, siano soggetti ad essere piegati ad una costruzione utile al potere dominante ed è da questa costruzione che bisogna sottrarli.