storie  e memorie in mezzo al mare

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Etimologia

Capitolo I

 

1.1 L'etimologia del nome

 

Non sappiamo quando gli umani cominciarono a nominare le cose e se questa esigenza venne da un moto poetico che sgorgava dalle viscere fino all'incavo della bocca o dalla smania diabolica di dominare. Ma i nomi vanno oltre il dominio e la poesia: con i nomi si crea una nuova realtà delle cose, si comincia a normare la realtà. Nominare è fin da subito un atto politico. Quando si conquista una città nemica la vittoria simbolica più grande è cambiarle il nome, cancellare i nomi delle vecchie vie in favore dei propri eroi: ri-linguisticizzare lo spazio come prova vivente delle nuove leggi dei vincitori, come oblio perpetuo dei perdenti e delle loro voci. Il potere del nome inaugura una sfera simbolica che detiene ed esercita un impatto plasmatore sulla “realtà” perché appunto la politicizza e la scolpisce nel marmo duro della storia. Non a caso, dunque, uno dei primi atti dell'era della colonizzazione moderna fu ri-nominare i luoghi strappati ai popoli che fino a quel momento li avevano vissuti, a cui avevano fatto dono dei nomi con le proprie lingue, facendoli entrare a far parte del propria visione del mondo e dei linguaggi che definivano la loro realtà. Nomi nuovi per i luoghi conquistati e per uno spazio rapinato che andavano ri-modellati ad uso e consumo dei nuovi conquistatori; luoghi che, nel momento stesso in cui venivano ri-nominati, divenivano proiezioni culturali dei futuri proprietari di quelle terre, un tempo chiamate dai loro abitanti con nomi dal suono troppo distante per le orecchie ammaestrate dai sonetti con lo scheletro rigido e il corpo d'aria.

Prima dei concetti ci sono le parole, i nomi, ma a guardare da vicino queste singole unità si può scorgere in loro interi universi. Un nome porta con se molteplici implicazioni. I luoghi e le persone possono cambiare nome, e quando questo avviene si verifica un cambiamento nella cosa o persona rinominata, un cambiamento nella percezione della cosa. E ripeto ancora: nominare è un atto politico proprio come normare. Pensate a quando si dà un nome ad un animale domestico: è uno dei primi atti che lo fa divenire “nostro”; questo per dire come il nominare abbia a che fare con la proprietà. Cosi Cristo rinominò i suoi apostoli facendoli propri e nel nominarli gli impresse un carattere; cosi Colombo, quando ridisegnava le sponde americane ri-battezzandole punto per punto. I nomi si possono anche modificare col corso del tempo subendo modifiche e influenze che non necessariamente ne stravolgono il “discorso” che portano insito. Nominare assume una valenza nuova con la società del consumo e del marketing: un nome può decidere la buona riuscita o meno di un'azienda. Stabilire il nome di un'attività commerciale è il primo atto di una strategia di marketing.

Ma i nomi, cosi come le parole in generale, possono assumere sfumature diverse, a volte anche significati diversi, in funzione di chi li pronuncia e di chi li ascolta, di chi li scrive e di chi li legge, di chi è nominato e di chi nomina. Il mondo con cui i nomi ci mettono in comunicazione non è rigido, né fisso e immutabile: muta grazie e, contemporaneamente, insieme ai nomi stessi. Si può nominare a partire dalle caratteristiche di chi o cosa viene nominato: si pensi ad esempio ai soprannomi, che soppiantano il nome di battesimo; o si pensi ai nomi dei luoghi che nella toponomastica ufficiale assumono una determinata forma ma che invece le comunità locali che li vivono chiamano in maniera diversa, a volte in una lingua totalmente differente. È bene specificare che anche in questo caso si fa una scelta, che venga dal singolo o dalla collettività: si decide quale aspetto particolare deve caratterizzare una persona, un luogo, una cosa o un'animale.

Le modalità e le forme attraverso cui le comunità “utilizzano”, riconoscono e in generale si relazionano con i nomi che hanno “scelto” o che gli sono stati imposti, danno l'idea della natura della loro dimensione sociale e politica. In questo senso l'utilizzo del dialetto può divenire un atto di resistenza o di mero folklore a seconda del contesto: vietare di parlare la propria lingua ad una comunità, piccola o grande che sia, diviene uno degli atti più ignobili che si possano realizzare.

La necessità di rinominare continuamente la “realtà” ha a che fare anche con la poesia. La poesia, insieme alla sua predominante dimensione musicale, ha la capacità peculiare di generare e collocarsi entro dei vuoti del linguaggio ordinario, in cui si addensano, allo stesso modo che nella parola, grumi di significato che la poesia è in grado di mobilitare pur non esplicitandoli, pur non colmandoli. La poesia è quella libertà di poter dire senza necessariamente nominare, una parola e un nominare altro, che stimola una differente qualità dell'ascolto ma anche della realtà.

 

 

Lopadusa, Lapadusa, Lapedosa, Lipadusa, Lipidusa, Lampedosa, Lampidusa, Lanbedusa, Leopadusa, Lepadosa, Lampedola, Lepadula, Lampido, Lampas, Anbadusiyah….

 

 

Il nome di Lampedusa nel corso del tempo ha subito numerose alterazioni e traduzioni.

Tra i primi, se non il primo a chiamare l'isola con il suo nome attuale fu Tommaso Fazello nel 15581. La derivatio nomis non è certa, ma personalmente credo che il significato del nome sia legato al fuoco. Lampedusa, infatti, pur non essendo di origine vulcanica, ha avuto nel corso della sua storia un legame profondo con il fuoco: «È probabile, infatti, che sull'isola vi fossero guarnigioni dedite a segnalarne la posizione alle imbarcazioni in transito […]. Il Kiepert suppose l'origine del nome Lampedusa da una parola fenicia che significa “ardere” credendo erroneamente che l'isola fosse vulcanica»2. Nel Santuario della Madonna di Lampedusa ardeva una lampada ad olio che era sempre accesa e veniva alimentata sia dai cristiani che dai musulmani. Ma ci sono anche altre ipotesi come quella del botanico Stefano Sommier che fa derivare il nome Lampedusa dalle patelle (lopas) abbondanti sulle coste dell'isola fino a poco tempo fa; lopas significa anche “piatto” che descrive bene l'aspetto dell'isola. Altre ipotesi farebbero derivare il nome “Lampedusa” dai frequenti fulmini che squarciano il cielo dell'isola o dal termine lepaios, “roccioso”. Lo storico G. Massa, invece, farebbe derivare il nome da un pesce che abbondava nei mari dell'isola3.

Il nome Lampedusa richiama in me una madre antica e universale. Una Dea acquatica e generatrice, vampa che lava e purifica. Una schiava mitica che in un moto perpetuo spezza le catene con cui un mostro primordiale la vorrebbe rendere sua, ma lei non è di nessuno.

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1Cfr. G. Fragapane, Lampedusa. Dalla preistoria al 1878, Sellerio Editore, Palermo 1993, p. 38.

2Ivi, p. 32

3Per una più ricca ricostruzione del dibattito sulle ipotesi relative all’etimo del nome “Lampedusa” si rimanda al già citato e approfondito lavoro di Giovanni Fragapane, Lampedusa. Dalla preistoria al 1878, cit., pp. 31-40.

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